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29 luglio 2010
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Se la Lega ha paura di morire democristiana
Il copione politico di questi giorni è dominato da un solo argomento (le tensioni tra Fini e Berlusconi) e prevede una sola domanda: quando si consumerà la rottura definitiva tra i fondatori del PDL? Esiste tuttavia la possibilità, non solo teorica, che il confuso spettacolo di questa legislatura si concluda con il botto di un finale a sorpresa. Ovvero che sia la Lega di Bossi a decidere di staccare la spina ad un governo dove è entrata da vincitrice ma nel quale non si è mai sentita davvero a casa propria.

Ci si dimentica troppo spesso, infatti, che tra tutte le forze politiche presenti oggi in Parlamento la Lega è l’unico partito a poter vantare la qualifica di “ordine militante”. Non già un “partito pigliatutto” come gli altri, quindi, che in un verso o nell’altro hanno tutti stemperato la vocazione originaria per inseguire una rappresentanza la più ampia possibile di profili sociali e identità culturali. A differenza del PD o del PDL, ma anche dell’UDC o dell’Italia dei Valori, la Lega non ha mai perso di vista la propria missione storica: conquistare la rappresentanza del Nord per la gente del Nord, attraverso la via politicamente più efficace. Qualche giorno fa ce lo ha ricordato Roberto Maroni, che nel partito di Bossi conserva il ruolo di architetto delle strategie. “La Lega – ha detto il ministro degli interni – è l’unico partito italiano che si ispira a Lenin: migliaia di persone da motivare, uno che comanda e gli altri che eseguono un progetto”. È sembrata la battuta sentimentale dell’ex militante di Democrazia Proletaria che Maroni fu in gioventù, ma era in realtà la rivendicazione della centralità del “progetto” intorno al quale il gruppo dirigente leghista si è formato ed è cresciuto.

Sul lungo periodo quel progetto rimane non negoziabile, come le convinzioni più profonde che sorreggono un qualsiasi gruppo militante, ed è su questo che potrebbe infrangersi la stabilità del governo Berlusconi. Quel progetto e quelle convinzioni possono infatti coesistere con la difficile navigazione dell’esecutivo solo a patto che l’obiettivo del federalismo non sia messo in discussione. Ma la crisi del disegno federalista, almeno in questa legislatura, è già nei fatti anche se non ancora in evidenza nell’agenda politica. Così come è ben visibile la trasformazione del profilo pubblico di Giulio Tremonti, che da principale garante dell’asse Lega-Berlusconi si è trasformato nel candidato numero uno a guidare un “governo tecnico” che possa far conto anche sul sostegno del Partito democratico.

Non è poi da sottovalutare il logoramento che sugli elettori leghisti sta esercitando, ormai quotidianamente, il ritorno della “grande narrazione del malaffare”. È difficile immaginare che un elettorato come quello della Lega, già di per sé distante da sensibilità garantiste e che negli anni ha digerito l’alleanza con il Cavaliere consolandosi con la leggenda di una diversità antropologica dai “berluscones”, possa convivere ancora a lungo con i maneggi che ci restituiscono le cronache di questi giorni. Si dirà che tra le sensibilità degli elettori e le scelte dei gruppi dirigenti corre l’enorme spazio delle interpretazioni, delle scelte tattiche e delle opportunità. Ma questo è solo parzialmente vero nel caso della Lega, che del legame con il territorio continua a fare un punto di forza e che molto più di altri partiti vive dei sentimenti e dellelamentele di militanti ed elettori.

Per tutti questi motivi è difficile immaginare che la Lega si predisponga ad una navigazione di tipo democristiano in questa seconda parte di legislatura, scegliendo quindi di incassare il poco disponibile e rimandando ad una prossima e lontana puntata la realizzazione dell’obiettivo storico del federalismo. Proprio perché quell’obiettivo non è mai stato tanto vicino come in questi anni, la sua archiviazione di fatto potrebbe indurre il partito di Bossi a giocare la scommessa della vita: decidere autonomamente la fine del governo, purificarsi dalle intossicazioni e tornare al voto per guadagnare il massimo risultato possibile dalla crisi del PdL. Sarebbe un altro modo, e forse il più efficace nella stagione politica che sta vivendo l’Italia, per restituire senso alla missione storica dell’”ordine militante” leghista.


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27 luglio 2010
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George Orwell, gli intellettuali e i partigiani della chiacchiera
La vera malattia di George Orwell fu sempre la politica, prima ancora della debolezza polmonare che l’avrebbe ucciso nel gennaio 1950. Non la politica di partito, come diremmo oggi in epoca di trionfo dell’antipolitica, ma la militanza civile come incrocio tra convinzioni individuali, responsabilità personale e congiuntura storica. Una malattia da cui fu contaminato già prima di diventare Orwell. Quando ancora si firmava con quel suo vero nome, Eric Arthur Blair, che oggi lo rende irresistibile agli occhi di ogni nostalgico blairiano (come il sottoscritto).

Blair diventa Orwell quando decide di abbandonare la vita moderatamente agiata che aveva condotto fino ai venticinque anni di età, rampollo di un medio funzionario dell’impero destinato a seguire la carriera del padre dopo gli studi a Eton. E in Birmania, dove lavora qualche anno come supervisore giuridico e amministrativo, Blair-Orwell si spoglia dell’abito imperiale e torna in Gran Bretagna per dedicarsi alla narrazione politica. “Ero consapevole di un immenso senso di colpa che dovevo espiare” – avrebbe scritto qualche anno dopo – “sentivo di dovermi sottrarre non soltanto all’imperialismo ma ad ogni forma del dominio dell’uomo sull’uomo. Volevo sommergermi, scendere in mezzo agli oppressi, essere uno di loro e schierarmi al loro fianco contro i loro tiranni”. Era il nucleo di un sentimento primordiale che nel corso degli anni non l’avrebbe più abbandonato, spingendolo alle scelte di vita radicali da cui sarebbe nata la sua particolarissima scrittura civile: barbone e lavapiatti per raccontare la vita quotidiana dei diseredati di Francia e Inghilterra (“Senza un soldo a Parigi e a Londra”), testimone tra i lavoratori delle miniere inglesi in crisi (“La strada di Wigan Pier”), combattente antifascista in “Omaggio alla Catalogna” e militante antistalinista per la “Fattoria degli Animali”, fino al ruolo di grande architetto antitotalitario di “1984”.

Dobbiamo allora immaginare uno scrittore facile all’indignazione, che se per miracolo si trovasse ad essere paracadutato nell’Italia del 2010 non potrebbe che ingrossare le file antiberlusconiane del “Popolo viola” o quelle berlusconiane dei “Promotori della libertà”? Un classico intellettuale engagé, insomma, pronto a farsi partigiano della chiacchiera nell’Italia delle tifoserie immobili? Niente di più improbabile. E non certo perché Orwell predicasse un distacco bipartisan da quelle passioni del mondo nelle quali si buttò sempre a capofitto. La vera ragione per cui Orwell si troverebbe a disagio nella nostra Italia, ma anche quella per cui proprio oggi ci servirebbe la sua voce, è nel disprezzo che ostentò sempre per le convenzioni diffuse tra gli “intellettuali pubblici” che lo circondavano. Perché Orwell fu certamente un intellettuale, ma proprio alla sua specie di appartenenza dedicò la maggiore energia distruttiva. Convinto com’era che le malattie del suo tempo, e in primo luogo comunismo e fascismo, fossero rese ancora più letali dal silenzio o dalla colpevole connivenza degli intellettuali.

I maiali della “Fattoria”, ad esempio, sono naturalmente i capi stalinisti del comunismo sovietico. Ma prima ancora sono “lavoratori della mente”, come spiega magistralmente il maiale Piffero: “Noi maiali lavoriamo con il cervello, tutta la conduzione e l’organizzazione di questa fattoria dipendono da noi. Giorno e notte noi vegliamo sul vostro benessere”. Veri protagonisti della svolta autoritaria della rivoluzione animalista, gli intellettuali di Orwell sono anche coloro che “si sono opposti a Hitler solo al prezzo di accettare Stalin”, come avrebbe scritto nel 1943, perché “la maggior parte di loro è perfettamente pronta per metodi dittatoriali, polizia segreta, falsificazione sistematica della storia, etc. Purché sentano che è dalla ‘nostra’ parte”. Ma sono anche i “poeti-finocchietti” (“nancy-poets”) che “amano comprare le proprie stoviglie a Parigi e le proprie opinioni a Mosca”, o “gli opportunisti attirati in massa dall’odore del progresso come mosche da un gatto morto”.

La galleria delle immagini dissacratorie che l’Orwell anti-intellettuale ha dedicato ai suoi compagni di classe è sconfinata e spesso urticante per il gusto troppo corretto di noi contemporanei. Eppure potrebbe dire moltissimo agli “intellettuali pubblici” italiani del 2010. E quindi a coloro che hanno indossato abiti sacerdotali per gridare al “regime” – non importa se berlusconiano o antiberlusconiano – senza mai riuscire con tutto il peso della propria indignazione a spostare di un grammo il bilancio reale dei consensi degli italiani e soprattutto senza mettere in discussione una sola misura del proprio privilegio. A costoro probabilmente Orwell apparirebbe vestito da guerrigliero antifranchista, con i tratti vagamente ridicoli con i quali apparve all’amico Philip Mairet prima di partire per la Barcellona repubblicana: “Vado in Spagna. Perché questo fascismo qualcuno dovrà pur fermarlo!”

Ma non è l’Orwell con zaino e bandoliera a sembrarci più vicino, quanto piuttosto lo scrittore civile che agli intellettuali indignati e impotenti del suo tempo contrappone il naturale senso della giustizia che riconosceva nella gente normale. Era la “decency” popolare nella quale confidò sempre, anche nei momenti di maggiore sconforto, perché “la mia principale speranza per il futuro è il fatto che la gente comune non si è mai separata dal suo codice morale”. Su questo avrebbe costruito la parte positiva e propositiva della sua scrittura civile. Guardando ad esempio alla “gente comune” come principale risorsa morale della nazione britannica rimasta sola di fronte all’attacco nazista, quando le leadership nazionali erano nel massimo discredito per non aver saputo contenere il progetto hitleriano. E quando la fonte di un nuovo patriottismo era da ritrovare, come scrisse in “Il leone e l’unicorno”, nella tempra morale di quello che Napoleone aveva considerato un “popolo di bottegai” incapace di combattere. Perché l’Inghilterra di Orwell era “una famiglia in cui comandano i membri sbagliati”, ma anche una nazione che di fronte alla guerra può “assumere la propria vera forma, quella che sta appena sotto la superficie”. Da qui anche la sua entusiastica partecipazione alla “Home Guard”, la milizia popolare che avrebbe dovuto contrastare strada per strada una possibile invasione tedesca: “La Home guard – scrisse nel 1941 – potrebbe esistere solo in un paese in cui gli uomini si sentono liberi. Gli stati totalitari possono fare grandi cose, ma c’è una cosa che non possono permettersi: dare un fucile ad un operaio e dirgli di portarselo a casa. Quel fucile appeso al muro nell’appartamento dell’operaio o nella casupola del bracciante è il simbolo della democrazia. È compito nostro fare in modo che ci rimanga”.

Oggi il combattivo patriota popolare che fu Orwell non sarebbe andato troppo d’accordo né con i sentimenti pacifisti tanto diffusi dalle parti dei nostri progressisti (“il pacifismo è obiettivamente filofascista”, scrisse sulla Partisan Review) né con la rivendicazione di Berlusconi di una visibilità guadagnata all’Italia dalle sue frequentazioni con Putin e Gheddafi. E forse proprio sul Cavaliere si sarebbe interrogato a lungo. Non già per confonderlo sbrigativamente con un Grande Fratello dei nostri giorni, perché subito gli sarebbe apparsa evidente la distanza tra quel suo simbolo di potenza assoluta e questo nostro leader in perenne campagna elettorale, ma piuttosto per studiarne i lati più bizzarri. Come ad esempio il ricorso allo spauracchio dei comunisti, di cui ormai neanche Vendola riesce a parlar bene. E qui Orwell avrebbe forse ricordato la formula preferita dai maiali della fattoria nei momenti di difficoltà, quel “Non vorrete mica che torni il signor Jones?” con cui riuscivano sempre a sopire i dubbi degli altri animali. O forse avrebbe guardato incuriosito agli slogan del “Partito dell’amore”, immaginandoli come nuovi vocaboli di quella “neolingua” che in “1984” doveva cancellare la possibilità stessa di pensare il male e la ribellione. Ma più probabilmente nell’Italia di oggi Orwell non avrebbe fatto né una cosa né l’altra, applicandosi invece al difficile compito di ritrovare nella sua amatissima “gente comune” le risorse morali per restituire senso ad una nazione confusa e priva di speranza.


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25 luglio 2010
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Sottoculturali, tanto beati e incoscienti
Forse Massimiliano Panarari non lo sa, ma quello che ha scritto è un libro di sfrenata esaltazione del berlusconismo. Non già del berlusconismo politico, quello che ci è stato dato in sorte dall’ultimo quindicennio di storia nazionale in varie incarnazioni: la versione liberista delle origini ormai lontane, quella più ecumenica degli anni del rimbalzo, o quella di puro galleggiamento degli ultimi tempi. No, il berlusconismo che si celebra (inconsapevolmente?) in queste pagine è quello primigenio. Il brodo primordiale della grande mutazione italiana poi incarnata dal Berlusconi politico. O, come forse direbbe Nichi Vendola, il nido nel quale è stato covato l’uovo del serpente.

Di cosa parliamo? Della trasformazione che dagli anni Ottanta ha intrecciato la politica e la produzione televisiva in forme del tutto nuove. Perché se nei decenni precedenti tv e politica si erano naturalmente parlate e reciprocamente utilizzate, è solo dagli anni Ottanta che la politica scopre la scala del tutto inedita assunta dalla dimensione tele-popolare. Con effetti importanti prima di tutto sulla politica, come ci hanno raccontato numerosi studi e come tra gli altri hanno sintetizzato Gianpietro Mazzoleni e Anna Sfardini in un brillante volume di qualche mese fa: “La popolarizzazione della cultura mediale riguarda in modo cospicuo anche i contenuti della comunicazione e dell’informazione politica, che diventano, alla pari di altri prodotti, oggetto di largo consumo e come tali rispondono alla logica delle industrie mediali e della produzione di cultura popolare” Con il risultato di produrre una “mediatizzazione della politica, macrofenomeno che agisce come vero e proprio agente mutogeno per la politica come è vissuta dai suoi attori e come viene rappresentata davanti al pubblico degli elettori e dei cittadini”. (“Politica pop. Da Porta a Porta a L’Isola dei Famosi”, il Mulino 2009, pp.181, 14,00).

Il “macrofenomeno” descritto da Mazzoleni e Sfardini può piacere o non piacere, ma è esattamente il mondo nel quale siamo tutti immersi da trent’anni a questa parte. A Panarari non piace, ma per il momento non è questo che interessa. Quel che invece è notevole di questo suo libro  (“L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip”, Einaudi 2010, pp.145, 16,50) è il modo con il quale si traccia un filo di continuità tutto politico tra la “rivoluzione televisiva” degli anni Ottanta e le forme a noi contemporanee di reality, talk show e gossip. Tra quel tempo e il nostro, spiega Panarari, il “rinnovato immaginario popolare” è stato raccontato dalla televisione in forme che già contenevano in sé la grande traccia di un disegno politico. Ovvero in forme finalmente corrispondenti alla realtà italiana così come essa si rappresenta, e non come dovrebbe diventare secondo un qualunque progetto pedagogico. Guardando ad esempio a “Drive In”, uno dei programmi-simbolo degli anni Ottanta, Panarari spiega che si trattava di “una trasmissione esemplarmente individualistica, tra il piacere solitario di guardare ragazze maggiorate strette in abitini che scoppiavano e la voglia di ridere sguaiatamente, senza sentirsi in colpa”. E dunque “stop a sensi di colpa superflui”, scrive ancora Panarari, “il Super-Ego è mio e me lo gestisco io, e via libera alla visione di qualunque prodotto televisivo mi aggradi”. Così come qualche anno dopo, passando per “Non è la Rai” e approdando a prodotti dei nostri giorni come “Amici” e le varie isole del “neorealitismo”, si ha a che fare con “programmi vessillo della neo-Italia coatta (che) pullulano di mugugni, ahò, grugniti, tutti pronunciati indistintamente in maniera molto assertiva, quando non addirittura solenne, in barba agli antiquati e pedanti precetti dell’Accademia della Crusca”. Una televisione, in conclusione, che “conferma pervicacemente e senza sensi di colpa di non intrattenere alcun grado di parentela, neppure alla lontana, con l’idea sorpassatissima della pedagogia di massa”.

Quello che Panarari racconta è un processo di profonda democratizzazione della comunicazione televisiva italiana, lo stesso al quale Mazzoleni e Sfardini attribuiscono l’etichetta più scientifica di “popolarizzazione della cultura mediale”. Un processo il cui snodo fondamentale è la scomparsa della pedagogia, sostituita da una rappresentazione non più colpevolizzante dei desideri degli italiani così come essi sono realmente. Se pensiamo alla politica, ci viene in mente qualcosa di analogo? Il berlusconismo, naturalmente. Che ha rivoluzionato la nostra politica, tra l’altro, attraverso un unico imperativo rivolto agli italiani: “Guardatevi allo specchio ed esultate. Perché siete finalmente autorizzati a piacervi così come siete”. Più di ogni suo altro travestimento ideologico liberista o arci-italiano, e al netto della vicenda personale del suo leader carismatico, il berlusconismo è stato soprattutto un messaggio di esaltazione anti-pedadogica della natura degli italiani. Che aveva in sé, al contempo, un potenziale di emancipazione degli spiriti animali della nazione e uno di conservazione dei suoi equilibri storici. Un potenziale che è rimasto tale, per l’appunto, senza mai tradursi in un’opera di governo adeguata alle intenzioni di partenza e senza lasciare alcuna eredità propriamente politica in grado di sopravvivere al suo fondatore. Ma che nondimeno ha modificato una volta per tutte il campo del confronto pubblico, rendendo obsoleta qualunque politica che insista sui tasti della pedagogia e del “dover essere”.

Tutto questo ha avuto la sua premessa nella grande trasformazione populista e democratica della comunicazione televisiva, che Panarari racconta con acume. Salvo condire la sua analisi con una sovrabbondanza di giudizi morali che rischiano di sommergere il  lettore, suonando giustapposti quasi artificialmente ad uno sguardo analitico ben più lucido. Tra un “colpo di stato plutocratico e neoliberale” ordito nel corso degli anni Ottanta (da chi?), un “episteme popolare cambiato drammaticamente in peggio” (signora mia, che noia queste veline) e l’auspicio che “intellettuali onesti” si dedichino finalmente a “inventare architetture simboliche alternative a quelle vittoriose” (astenersi perditempo), si largheggia nell’uso di una categoria come “egemonia culturale” che se pure ha avuto larghissima fortuna giornalistica potrebbe essere serenamente consegnata agli archivi della nostra memoria. Per concentrarsi con più soddisfazione nel racconto dei linguaggi e dei desideri di un’Italia dove le mitiche “masse” non sono più, per nostra comune fortuna, quelle di Antonio Gramsci e del suo tempo.


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18 luglio 2010
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Peter Mandelson, lo special one
Chiunque coltivi una passione per la politica, o anche solo un interesse per le arti del consenso democratico, dovrebbe ammirare Peter Mandelson. Al contrario, mentono sapendo di mentire coloro che ostentano disprezzo per il suo magistero. Soprattutto se hanno a che fare con un mestiere politico. Perché non c’è leader politico, piccolo o grande, che non vorrebbe avere un Mandelson al suo fianco. Un personaggio capace di inventarsi la coppia Blair-Brown quando il partito laburista era al fondo di una depressione senza uscita, Margaret Thatcher macinava successi e la sinistra britannica era prigioniera di una spirale autodistruttiva, scommettendo su due futuri primi ministri che all’epoca non erano che giovani matricole parlamentari. Uno stratega mediatico che ha capito prima degli altri, e soprattutto degli altri progressisti europei, l’importanza che una comunicazione efficace riveste per qualsiasi proposta o leadership politica. Ma anche un militante coraggioso che non si è fermato alla superficie comunicativa, investendo sui contenuti e sull’innovazione della proposta laburista. Il rumore provocato dal suo libro di memorie, “The Third Man”, non si spiega solo con i contenuti abrasivi delle rivelazioni su Blair, Brown e su molti passaggi fondamentali dei tredici anni di governo laburista ma soprattutto con il significato che nel corso degli anni ha accumulato questa celeberrima figura di advisor politico. Una figura neanche troppo originale, se guardata con attenzione, perché nel suo profilo ritroviamo l’incarnazione contemporanea dell’eterno consigliere del principe. Con l’aggiunta di una tendenza all’esposizione in prima persona che lo ha reso tre volte ministro e due volte dimissionario, ma ogni volta capace di tornare sulla scena con maggiore influenza e visibilità.

Eppure la parte più interessante della vita di Mandelson è quella che precede la sua notorietà, quando muove i primi passi nel partito da figlio d’arte della tradizione laburista (suo nonno materno fu Herbert Morrison, tra i principali ministri del governo Attlee). In verità da quel partito il giovane Mandelson era brevemente fuggito nei primi anni Ottanta, deluso dalla china estremistica assunta dal Labour dopo la vittoria della Thatcher e deciso a cimentarsi con un lavoro “normale” nel mondo televisivo. L’esperienza da produttore presso il canale privato London Weekend Television fu breve ma utilissima al suo ritorno nei ranghi del Labour, dove nel 1985 viene reclutato da Neil Kinnock con la funzione di “direttore della comunicazione”. Una carica che nascondeva un vuoto di strategie, visioni e persino risorse come ha raccontato lo stesso Mandelson rievocando i suoi primi giorni da “comunicatore” laburista: “L’atmosfera era deprimente e mi trovavo ogni giorno a sbattere la testa contro la più compatta incomprensione di quello che dicevo, mentre ciò che nel mondo reale era naturale e scontato suonava strano e persino minaccioso per la cultura del partito laburista … Gli strumenti di cui disponevo all’epoca consistevano di una sedia traballante, un tavolo a cui mancava una gamba, una pianta d’edera in agonia e un telefono in puro stile Seconda Guerra Mondiale”. Da lì Mandelson si sarebbe mosso velocemente, dando nuova definizione all’immagine del partito già per le elezioni del 1987. E soprattutto investendo su Gordon Brown e Tony Blair, la coppia di giovani parlamentari che meglio di altri avrebbe incarnato la modernizzazione della proposta laburista. Lo avrebbe fatto utilizzando strumenti oggi di uso comune, come i focus group e la gestione spregiudicata dei retroscena giornalistici, ma sempre guardando alla sostanza di una strategia politica volta a consolidare la più lunga stagione di governo progressista della Gran Bretagna.

C’è infine un’altra ragione per guardare con ammirazione all’ennesimo passo dello “spin doctor number one”. Ovvero il confronto tra la franchezza con cui queste sue memorie descrivono la battaglia quotidiana di idee e personalità che alimenta qualsiasi strategia politica e la patetica dissimulazione con cui i politici italiani si applicano ai propri libri. Se a Londra Mandelson racconta la carne e il sangue di tredici anni di governo laburista, in Italia siamo alle prese tra gli altri con i Veltroni che si travestono da romanzieri o con i Tremonti che si presentano come filosofi della storia. Non c’è poi troppo da sorprendersi della differenza nei risultati dei due sistemi politici.


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12 luglio 2010
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L'Europa delle destre non è una sinfonia
Le cosiddette “famiglie politiche europee” sono curiose entità a temperatura variabile. Nelle fasi storiche in cui tutto sembra andare per il meglio, quando si moltiplicano le vittorie elettorali e le cariche di governo, il profilo della destra o della sinistra europea appare netto, autorevole e persino capace di dettare la linea a questo o a quel partito incerto sul da farsi. Quando invece le cose si mettono male, si stenta anche solo a riconoscere i contorni di quella che un tempo appariva come una nobile e prestigiosa famiglia politica transnazionale. Se la sinistra europea è ancora nel profondo di una lunga crisi di consenso, avendo esaurito la riserva di ispirazione accumulata nel corso degli anni Novanta senza averla ancora sostituita con niente di analogo, il disagio che in questi ultimi mesi sembra aver preso la destra è di lettura più difficile.

Da un lato la mappa politica dell’Unione europea non lascia alcun margine al dubbio: con l’eccezione di Madrid, dove Zapatero sopravvive con fatica, in tutte le principali capitali governano leadership di centrodestra. Dall’altro lato, queste stesse leadership non sembrano condividere alcun orizzonte comune e sono minacciate, ciascuna per proprio conto, da crisi interne di sorprendente gravità. In Francia la volata elettorale di Nicolas Sarkozy alla ricerca della riconferma presidenziale si annuncia lunga e complicata, dovendo egli ribaltare indici di popolarità crollati ai minimi storici e recuperare gli effetti perversi di un’ideologia della “rupture” che invece di liberare gli spiriti vitali della nazione si è accompagnata all’esibizione di un familismo degno della peggiore tradizione chiracchista. In Germania Angela Merkel deve ancora adeguare il passo ad un’alleanza di governo del tutto diversa dalla precedente, dove alla capacità di mediazione mostrata nel guidare la “grande coalizione” con i socialdemocratici dovrebbe sostituirsi una forza di visione che la Signora Cancelliere ancora non possiede. In Gran Bretagna la luna di miele di Cameron è già disturbata dalla difficoltà di rispettare il primo impegno preso con gli alleati liberaldemocratici, ovvero il cambiamento in senso proporzionale della legge elettorale. Dell’Italia è forse meglio non dire. Se non per notare che mai come in questa fase il berlusconismo appare incapace di darsi una missione di medio periodo, al di fuori di una confusa agenda di sopravvivenza comunque incentrata su ciò che sta più a cuore agli interessi privati del presidente del consiglio.

Si tratta di difficoltà diverse per partiti e governi diversi, ognuno alle prese con contesti nazionali specifici. Eppure i sintomi non apparirebbero tanto gravi se il centrodestra europeo si trovasse in una fase di maggiore forza politica. O anche solo se tra i suoi azionisti principali vi fosse una condivisione di scenari che la crisi economica ha invece frantumato, come ci racconta il caso franco-tedesco. La divaricazione di vedute tra Parigi e Berlino nelle risposte da dare alla crisi non potrebbe essere più evidente. Così come la volontà della Germania di affermare la legittimità dei propri interessi nazionali, senza più alcun pedaggio da pagare ai sensi di colpa di una storia novecentesca che considera superata e avendo invece tutte le intenzioni di far pesare per intero la propria forza economica. Se l’appannarsi dell’asse franco-tedesco è un problema forse transitorio per l’Unione europea, che può comunque contare sulla forza delle proprie istituzioni, esso rappresenta invece una minaccia mortale per la “famiglia politica europea” di centrodestra. La quale non può fare alcun affidamento né sulla fragile bizzarria del PDL italiano né sui Tories britannici (ormai lontani anche formalmente dal PPE), restando quindi del tutto dipendente da ciò che si muove tra Parigi e Berlino. Paradossalmente è difficile immaginare che la destra europea possa contare ancora a lungo su un numero tanto ampio di governi amici, ma è facile intuire che la mancanza di una visione condivisa tra i conservatori europei (e soprattutto tra i conservatori francesi e tedeschi) ne indebolisca le fortune già alle prossime tornate elettorali.




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27 giugno 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Berlusconismo moralismo Viroli
Dai Maurizio, torna. Aiutaci tu.
“Cosa ho io in comune con gli schiavi?”. Si arriva all’ultima pagina del nuovo libro di Maurizio Viroli e si è quasi assaliti dal motto greco che Piero Gobetti, mutuandolo da Vittorio Alfieri, apponeva sulla copertina delle sue edizioni. D’altra parte, come escludere a priori di essersi trasformati in schiavi? Magari sarà accaduto subdolamente, scivolando in una condizione che Viroli definisce di “servitù volontaria” perché sottoposta ad un “potere arbitrario o enorme” che con “la sua stessa esistenza rende i cittadini servi”. Se non fosse abbastanza chiaro, il potere “arbitrario o enorme” è quello di Silvio Berlusconi e i nuovi schiavi sono gli italiani che sessant’anni dopo il fascismo “non si sono elevati da liberti a cittadini ma regrediti da liberti a servi volontari”.

È un piccolo libro orgogliosamente malmostoso (“La libertà dei servi”, Laterza, pp.140, euro 15) quello nel quale Viroli schiaffeggia berlusconiani e non. Un pamphlet che potrebbe essere letto come un esercizio aggiornato di quella “retorica del pregiudizio” che qualche giorno fa Miguel Gotor ha ricostruito sul Sole 24 Ore nella sua parabola antica e capace di dipingere l’italiano come “il prototipo del traditore, dell'inaffidabile, del corrotto, del furbastro, dell'imbelle, dell'opportunista, dell'effeminato”. In effetti Viroli a questa retorica non si sottrae, descrivendo gli italiani come vittime di una “secolare debolezza morale, ulteriormente aggravata dal fascismo, che non poteva essere guarita con la nascita della Repubblica”. E comunque abitanti di un territorio sfortunato dove “la libertà dei cittadini è del tutto impossibile per la semplice ragione che le persone che hanno i necessari requisiti morali e intellettuali sono pochi”. Al che un lettore malizioso potrebbe cavarsela con un accorato invito allo studioso che insegna teoria politica a Princeton: “Dai Maurizio, torna tra noi e aumenta anche solo di un’unità la pattuglia degli italiani degni della vera libertà dei cittadini!”

Ma la questione è più seria. E riguarda ancora una volta il giudizio storico sul berlusconismo e sull’eventualità che gli italiani si siano assueffati a fenomeni di degenerazione morale. L’ipotesi su cui si regge l’impianto di Viroli è che il dominio berlusconiano sia per l’appunto “arbitrario e enorme … in quanto eccede di gran lunga i limiti del potere che un uomo ha mai avuto in un regime liberale o democratico”. E qui ci si imbatte in un primo inciampo. Perché l’impressione che si ricava in prospettiva storica, guardando ai quindicennio del potere berlusconiano, è che il Cavaliere sia riuscito a far ben poco di quello che aveva in mente. Sia che nella testa del Cavaliere versione 1994 vi fosse un programma orgogliosamente liberale e liberista sia che si trattasse invece di un piano teso a conculcare le nostre libertà civili, il berlusconismo si avvia ad essere ricordato soprattutto come una lunga parentesi di declino nazionale sulla quale molto più dell’onnipotenza ha pesato l’impotenza della politica. Di tutta la politica, ma soprattutto di quella berlusconiana perché è soprattutto da quel lato del Parlamento che si è addensata una quantità di consenso democratico che avrebbe permesso di dare all’Italia una dose di innovazione molto maggiore di quella che abbiamo conosciuto.

Tra le ragioni che possono spiegarci l’impotenza del berlusconismo ve n’è una che Viroli fotografa con precisione, salvo metterla in conto al soggetto sbagliato. È “il sistema della corte”, in virtù del quale si “dipende dall’effettivo potere del signore di distribuire ai cortigiani benefici materiali e simbolici e di minacciarli, altrettanto efficacemente, di privarli di tali beni”. Cedendo all’arcinota retorica del pregiudizio, aggiornata all’era televisiva che avrebbe “generato orde di analfabeti incapaci di capire una pagina scritta” (e dai Maurizio, torna almeno tu che sai leggere e non guardi la tv!), Viroli dipinge la gran parte degli italiani come cortigiani instupiditi. Avrebbe invece potuto fermarsi, con più efficacia interpretativa, ai partiti politici dell’era berlusconiana. Che tanto nel centrodestra quanto nel centrosinistra, e certamente in Parlamento dove si viene nominati in virtù di una legge elettorale vergognosa, si sono ormai trasformati in entità cortigiane e familistiche con poca o nessuna vitalità democratica. È questo il vero morbo che meriterebbe il disprezzo di Viroli, piuttosto che la tempra morale di una nazione che non può essere confusa con chi si trova provvisoriamente a governarla.



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permalink | inviato da Andrea Romano il 27/6/2010 alle 9:37 | Versione per la stampa

23 giugno 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. scuola esame di maturità Togliatti Mussolini Aldo Moro giovani
Giovani e politica nell'esame di maturità
È una traccia bella e impegnativa quella che il Ministero ha dedicato al ruolo dei giovani nella storia e nella politica. Bella, perché la scelta di dare la parola a tre leader che hanno utilizzato la leva giovanile per rafforzare la propria leadership permette di inquadrare in prospettiva storica il problema della partecipazione dei giovani alla vita pubblica. Impegnativa, perché i maturandi del 2010 sono immersi in una retorica giovanilistica sovrabbondante ma assai povera di risultati. Dove si sente ripetere ad ogni passo che ai giovani dovrebbe essere concesso più spazio mentre da oltre quindici anni la politica offre di sé una medesima fotografia, con una fila di protagonisti che ha occupato il palco al passaggio tra prima e seconda repubblica senza più essere scalzata.

Se escludiamo Giovanni Paolo II, la cui citazione in questo contesto suona eccentrica e a rischio di ingenerare qualche confusione negli studenti, la selezione di tre protagonisti politici del Novecento italiano corrisponde a tre fasi storiche nelle quali i giovani sono stati usati con successo come leva strutturale di innovazione politica. Con Mussolini, di cui si è scelto il fosco discorso di rivendicazione del delitto Matteotti, e la sua retorica della “migliore gioventù italiana”. Con Togliatti che saltò la generazione degli esiliati antifascisti per puntare sui ventenni che si erano formati in Italia nel fuoco della Resistenza. E con Aldo Moro che più di ogni altro esponente della DC seppe comprendere la domanda di partecipazione civile che veniva dai giovani del Sessantotto.

E c’è da scommettere che tra gli studenti che hanno svolto questa traccia ve ne sarà stato uno particolarmente erudito, o particolarmente pessimista, che avrà fatto ricorso a questo celebre passo di Gramsci per fotografare la sfortuna di quei ragazzi che nell’Italia del 2010 hanno scelto il mestiere della politica: “Nel succedersi delle generazioni (e in quanto ogni generazione esprime la mentalità di un’epoca storica) può avvenire che si abbia una generazione anziana dalle idee antiquate e una generazione giovane dalle idee infantili, che cioè manchi l’anello storico intermedio: la generazione che abbia potuto educare i giovani”.

22 giugno 2010
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Senza la lotta, che Lega rimane?
C’era una volta un partito che si diceva di lotta e di governo. C’è oggi un partito che governa l’Italia e che si dice comunque pronto alla secessione, nel caso in cui le cose non si mettessero per il verso giusto. Quel partito è la Lega, che domenica ha celebrato i vent’anni del primo raduno di Pontida mostrando tutti i segni della propria crisi politica. Perché di crisi si tratta, se guardiamo al ritorno della parola d’ordine della secessione, e non certo dell’ennesima voce folkloristica fuggita dal seno di un qualunque esponente di punta del movimento.

L’annuncio di Roberto Castelli (“Se non verrà il federalismo ci potrà essere solo la secessione”) e l’entusiasmo che in risposta è venuto dal pratone di Pontida ci raccontano i tormenti di un partito che è entrato da vincitore in questa legislatura, che sinora ha visto crescere il proprio capitale di consensi e trofei ma che paradossalmente potrebbe decidere di mettere in crisi la maggioranza per manifesta incapacità di ottenere il federalismo. Quel federalismo che è poi l’unico risultato che davvero conta agli occhi sia dell’elettorato leghista sia di una vasta schiera di quadri dirigenti che non ha mai smarrito la propria ragion d’essere più profonda. Le due componenti, una di popolo e l’altra di amministrazione, del partito che finora ha rappresentato il puntello più solido del governo Berlusconi ma che da domani potrebbe diventarne l’ennesima ragione di debolezza.

La sensazione che si ricava dal raduno di Pontida, oltre all’imbarazzo di avere ascoltato esponenti delle istituzioni che predicano la frantumazione della Repubblica di cui a tutt’oggi sono ministri o viceministri, è che la Lega stia cominciando a mettere le mani avanti. Perché se “non verrà il federalismo” al partito di Bossi non rimarrà molto da fare se non prepararsi al voto, per evitare di perdere buona parte del potenziale accumulato in quest’ultimo e fortunato biennio. Quel che colpisce, leggendo il messaggio che viene da Bossi e dal suo gruppo dirigente, è che l’armamentario politico e simbolico a cui ricorrerebbe la Lega in caso di voto anticipato è ancora una volta quello tradizionale a cui siamo stati abituati dalla metà degli anni Novanta in avanti. E dunque la retorica della secessione, di “Roma ladrona”, dei “milioni di padani pronti a battersi” anche se ancora una volta senza fucile (bontà loro). Con l’aggiunta di qualche tocco di anticapitalismo virato nei più familiari toni antimeridionali, come nella dura polemica di Calderoli contro la Indesit e i suoi progetti di delocalizzazione verso il Sud Italia degli stabilimenti di Pontida e del Veneto.

Non c’è invece alcuna traccia dei contenuti più originali che la Lega potrebbe legittimamente vantare, guardando a ciò che di buono ha saputo rappresentare sulla scena politica italiana degli ultimi anni. Nessuna rivendicazione della sua capacità di rinnovare e ringiovanire la classe degli amministratori locali, spesso assai meglio di quanto è stato fatto da altri partiti e con una presenza molto maggiore di donne. Nessun cenno alla sua abilità nel testimoniare un tratto radicalmente democratico di collegamento e rappresentanza tra eletti ed elettori, tanto nella militanza quanto nei suoi amministratori locali. In sostanza, nessuna traccia della Lega più vitale e un grande sfoggio del leghismo più tradizionale.

La circostanza non è comprensibile solo con la tendenza di ogni partito a rassicurare il proprio elettorato nelle fasi di maggiore responsabilità o con il ricorso alla mozione degli affetti come antidoto allo smarrimento identitario. C’è anche un’evidente resistenza della Lega ad accettare la propria trasformazione in partito democratico e di governo, quale è diventata soprattutto negli ultimi anni, di contro alla forza con cui sopravvive il nocciolo duro della sua missione ideologica. La crisi del partito di Bossi è tutta qui, nella tentazione di riscoprirsi un movimento di rottura costretto a rovesciare il tavolo a cui ci si è seduti con tanto successo. Con una risposta che ancora una volta potrebbe essere trovata nello slogan “meglio perdere che perdersi”, come nella storia del radicalismo italiano è accaduto ad altri partiti che hanno scelto l’identità prima della responsabilità.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 22/6/2010 alle 11:23 | Versione per la stampa

15 giugno 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Europa Belgio crescita secessione
Rischio Fiandre in un'Europa senza crescita
Come ci raccontano i fatti del Belgio, anche agli Stati democratici può capitare di estinguersi. Senza strepiti né conflitti violenti, ma scegliendo quasi consensualmente la strada della dissoluzione di vincoli fondati sulla legittima convenienza ben più che sulla storia o sull’etnia.

Il vincitore delle Fiandre, il giovane leader della “Nuova Alleanza Fiamminga” Bart De Wever, ha descritto uno scenario successivo al voto in cui il Belgio potrebbe “evaporare gradualmente”. Vedremo se le cose andranno effettivamente così. Ma nel frattempo si fa notare un fenomeno che è tutto il contrario dei secessionismi virulenti a cui ci siamo abituati negli ultimi anni, anche in Italia, dove le piattaforme politiche dei partiti delle “piccole patrie” nascevano da una miscela di percezione di insicurezza, xenofobia e rivendicazione di un rinnovato legame democratico e fiscale tra eletti ed elettori.

È un fenomeno nuovo che parla anche a noi. E per questo sbaglieremmo a considerare il focolaio fiammingo come l’ennesima stranezza di un piccolo e bizzarro paese, così come non sembra sufficiente guardare al rischio della frattura del Belgio come ad “un evento irrazionale provocato da incompatibilità e bisticci che un mediatore di buon senso avrebbe potuto affrontare e risolvere” (come ha scritto Sergio Romano sul “Corriere della Sera” di ieri). Quel caso rivela infatti un rischio nel quale anche l’Italia, come gran parte dell’Europa, è immersa fino al collo. Perché attraversata da spinte centrifughe ben diverse da quelle spesso rumorose che il nostro continente ha ascoltato dopo il 1989. Non più violente rivendicazioni sciovinistiche a sfondo etnico e sicuritario, ma smottamenti silenziosi verso aggregazioni macro-regionali di nuovo tipo. Entità che superano nei fatti gli attuali confini nazionali, talvolta mettendoli in crisi come nel caso belga, e che sono tenute insieme dalla condivisione di interessi economici transfrontalieri più forti dei vincoli statuali.

Si tratta di entità e legami che si amalgano in modi del tutto nuovi e rispetto a cui l’Europa rischia di rivelarsi un contenitore solo geografico, e dunque superfluo, soprattutto in uno scenario economico dal quale è assente la prospettiva della crescita. Non c’è forse bisogno di scomodare Ernest Renan e la sua definizione della nazione come “plebiscito quotidiano” per riconoscere le minacce che la fase recessiva pone in questi mesi ai termini del patto comunitario e alle modalità con le quali ciascun paese europeo partecipa all’Unione europea. Esaurita la fase gloriosa del “never again”, la stagione nella quale il cantiere europeo era mosso dall’aspirazione a rimuovere una volta per tutte gli effetti catastrofici dei nazionalismi continentali, gli ultimi decenni dell’impresa comunitaria hanno visto quel plebiscito rinnovarsi ogni giorno nella prospettiva comune della crescita. Anche e soprattutto nelle fasi di maggiore difficoltà economica, dove ogni stretta era bilanciata da uno scenario di crescente integrazione. Lo ha scritto Wolfgang Munchau sul “Financial Times” di ieri, quando ha ricordato come le pesantissime scelte di austerità operate da François Mitterrand nella Francia dei primi anni Ottanta fossero compensate dai “possibili benefici che prometteva un futuro di convergenza economica e monetaria”.

Oggi la difficoltà di trovare una nuova modalità di convivenza tra legittimi interessi nazionali e urgenza di un’azione economica comune è esposta dal caso tedesco, come ha scritto tra gli altri Luigi Zingales sul Sole 24 Ore del 10 giugno. Se è difficile stigmatizzare il rinnovato “egoismo tedesco” fondato su una strategia economica di svalutazione competitiva che nessun altro paese europeo può permettersi di imitare, è impossibile evitare di cogliere l’assenza di un effetto di compensazione sul lato della promessa di integrazione. In questo senso non basteranno i richiami anche più appassionati alla retorica della tradizione comunitaria, neanche in una nazione come l’Italia che su quella retorica ha storicamente costruito il proprio modo di stare in Europa. Non basteranno perché in assenza di crescita la forza delle spinte centrifughe è destinata a crescere, prosperando sulla nuova convenienza al ribasso che le comunità regionali possono trovare anche mettendo in discussione i confini nazionali. Dal caso belga al caso italiano, dunque, con insegnamenti per il nostro futuro a cui sarebbe opportuno guardare con molta attenzione.


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14 giugno 2010
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. magistratura giudici Berlusconi Spataro Violante
Il più e il meno di Spataro
Armando Spataro è uno dei magistrati italiani più autorevoli e ascoltati, dal 1976 in servizio presso la Procura di Milano e regista di inchieste fondamentali sul terrorismo milanese e sulla criminalità organizzata. La voluminosa autobiografia professionale che ha di recente pubblicato con Laterza (“Ne valeva la pena”, pp.613, euro 20) si presenta dunque al lettore di oggi e di domani come una preziosa fonte interna, che molto racconta sia sugli ambienti giudiziari che Spataro ha animato in questi anni sia sull’autorappresentazione che la magistratura offre di sé stessa. Una fonte di valore soprattutto perché una carriera come quella di Spataro, dalla metà degli anni Settanta ad oggi, si sovrappone in modo cronologicamente perfetto alle mutazioni che hanno investito la politica italiana e in particolare i rapporti tra la politica e la magistratura.

È qui che Spataro ci dice al contempo di più e di meno. Di più, perché oltre al racconto spesso appassionante di tante pagine investigative vissute da protagonista è proprio su questo tema che Spataro espone con maggiore franchezza il suo punto di vista: sulla qualità della politica e dei politici italiani, sulle magagne della nostra democrazia repubblicana e persino su alcuni protagonisti della politica internazionale come Barack Obama e Tony Blair ai quali riserva rimbrotti in abbondanza. Di meno, perché le risposte che lo stesso Spataro offre alle ragioni del conflitto crescente tra politica e magistratura risultano quanto meno semplicistiche. E comunque incapaci di spiegare in maniera convincente, anche ad un lettore che non appartenga ad una delle due tifoserie contrapposte dei giustizialisti ad ogni costo e degli insofferenti al protagonismo della magistratura, quali siano i motivi che nell’ultimo ventennio hanno condotto l’Italia (più di altri paesi occidentali) a vivere sulla propria pelle una tensione tra potere politico e potere giudiziario che in più di un’occasione ha minato la stabilità delle nostre istituzioni.

Alcuni diranno che il motivo è uno solo e si chiama Silvio Berlusconi. Ma se questa risposta non bastasse – e certamente non basta a Spataro, che non la sottoscrive – neanche troveremmo in queste pagine le risposte agli interrogativi che si pone un qualsiasi osservatore esterno a quel conflitto. Perché secondo l’autore è la politica italiana come tale, sia di destra che di sinistra, a contenere in sé un’irriducibile propensione al conflitto con le toghe: “cambiano i governi, nessuno dei quali – sia ben chiaro – sarà mai disposto ad accettare fino in fondo il ruolo che la Costituzione affida alla magistratura”.

Che la Costituzione stessa nasca dalla sovranità della rappresentanza democratica potrebbe essere obiezione sufficiente alla sentenza di Spataro. Così come gioverebbe ricordare che quel codice che con tanta efficacia narrativa l’autore raffigura accanto al corpo del giudice Guido Galli, appena assassinato il 19 marzo 1980 da Prima Linea davanti ai suoi studenti della Statale di Milano, nasce anch’esso nei luoghi dove la rappresentanza democratica si fa legge. Naturalmente Armando Spataro lo sa bene. Eppure in questo libro non rinuncia ad una rappresentazione monocorde e autocelebrativa della purezza della magistratura di contro alla decomposizione morale della politica, lungo una parabola storica nella quale niente sembra essere cambiato dai tempi della lotta al terrorismo a cavallo tra anni Settanta e Ottanta a quelli più vicini a noi dove gli interrogativi sul rapporto tra politica e magistratura sono nuovi e scivolosi.

Questi interrogativi ricevono da Spataro una risposta tanto lapidaria quanto poco soddisfacente, soprattutto da chi ha avuto un ruolo fondamentale nella vita giudiziaria italiana dell’ultimo trentennio: “i rapporti tra politica e giustizia … si sono incrinati quando una larga parte della classe politica italiana è finita sotto processo”. Di più non è dato sapere, almeno dal libro di Spataro. Che forse meriterebbe di essere letto con l’aiuto di un breviario più utile a comprendere quanto è accaduto tra politica e magistratura negli ultimi anni: il libretto che nei mesi scorsi ha pubblicato con il titolo “Magistrati” un altro protagonista della storia giudiziaria italiana, Luciano Violante, e nel quale si racconta con qualche certezza moralistica in meno la difficoltà di “conciliare il crescente potere dei giudici con il principio democratico inteso come principio elettorale”.

sfoglia giugno